L’art. 35, I comma, della Costituzione, ripetendo - in forma lievemente più lata - il dettato dell’art. 2060 cod. civ. accenna alla tutela del lavoro, di questo prospettando un concetto unitario. In effetti il Lavoro, in qualsivoglia forma si attui, è pur sempre una manifestazione di attività umana, intellettuale o manuale, che tende ad una utilità specifica. Ma la disciplina positiva, mirando ad una regolamentazione giuridica die lavoro, ha dovuto restringerne il concetto, delimitandolo ai rapporti che per esso ed in virtù di esso lavoro si pongono e si cercano tra gli uomini. Nessuna rilevanza può perciò avere il lavoro espletato .per se stesso., che cioè si esaurisca nella sfera giuridica dello stesso soggetto lavorante, né importa il carattere di pena o di gioia che al lavoro si accompagni: giuridicamente solo interessa considerare il lavoro, oggetto di rapporti. In questo presupposto e muovendo dalla constatazione delle forme che praticamente il lavoro assume, il codice civile distingue il lavoro autonomo dai lavoro subordinato, contemplando però questo più che quello in considerazione forse della maggiore importanza che nella moderna organizzazione il secondo riveste. La differenziazione, però, non è agevole e genera perplessità, perché se teoricamente ed in linea di principio è possibile individuare e descrivere gli elementi tipici di ciascuno e procedere quindi alla discriminazione, in concreto si riscontrano difficoltà soprattutto per quanto concerne alcuni rapporti di lavoro, in certo senso indifferenziati per la commistione degli elementi qualificanti. Sebbene infatti la legge 13 marzo 1958 n. 264, sui lavoratori a domicilio, abbia di già risolto autenticamente il problema della configurazione del relativo rapporto, lecitamente si poneva prima la questione se questi lavoratori fossero autonomie subordinati.
Identificazione dei lavoro autonomo
L’art. 2222 cod. civ., nella sua generica ed indiretta formulazione definitoria, pone dei criteri dì identificazione dei lavoratore autonomo nell’indipendenza funzionale e decisoria, riconducendo implicitamente il rapporto sotto la figura della locatio operis di romano diritto, la quale però presentava maggiore estensione. Rimangono infatti esclusi dalla previsione legislativa del lavoro autonomo tutti quei rapporti che implicano un’organizzazione di vasti mezzi produttivi (ad es. appalto) o che importano una attività di carattere squisitamente giuridico (es. mandato). Vieppiù limitando la concettualizzazione dei lavoratore autonomo, questi responsabilmente ed aleatoriamente — in condizioni di autonomia — esercita La propria attività, partecipa di rettamente al processo produttivo per l’intero ciclo di lavorazione, programma che organizza il lavoro secondo la sua libera valutazione. In definitiva, il lavoratore autonomo, autodeterminandosi. Nell’attività si differenzia dal lavoratore subordinato per il concorso di elementi combinati, quali la indipendenza, la alea e, quindi, la libera organizzazione dei lavoro; dalle rimanenti figure per la partecipazione diretta al lavoro e per i limiti di produttività con conseguente ridotta espansione organizzativa.
L’elemento organizzativo nell’impresa
Per lo più viene trascurato nella ricerca degli elementi qualificanti il rapporto di lavoro autonomo l’elemento organizzativo, inteso come coordinazione ed indirizzo del lavoro, strumentazione e direzione. Invero, se tale elemento connaturalo a qualsiasi attività produttiva, che l’uomo razionalmente esercita, ha minore appariscenza nel lavoro autonomo, soprattutto laddove si considerino le prestazioni tipicamente professionali previste nell’art.2229 cod. civ., si presenta invece di notevole rilievo in quelle attività che richiedono una pur minima struttura aziendale. L’artigiano, il coltivatore diretto, il piccolo commerciante sono dei lavoratori autonomi, che comunque ossequiano determinate norme di organizzazione. Se pure questo elemento, mutuato da altra scienza, non può ovviamente avere la rilevanza che ha nella grande impresa, tuttavia il suo ricorso incide notevolmente.La legge 25 luglio 1956 n. 860, nel definire l’impresa artigiana, tiene a prescrivere limitazioni relative alle dimensioni dell’impresa. riferendole al numero degli addetti al lavoro (art. 2) ed alla prevalenza dei lavoro sul capitale. La differenziazione,pertanto, procede da elementi di quantità, che agiscono come presupposti condizionanti la struttura organizzativa. Altra questione, che si pone e si prospetta in relazione sia allo scopo del lavoro sia all’organizzazione dell’impresa, pertiene ai caratteri differenziali dell’artigiano dallo stesso lavoratore autonomo. Questi opera con contratti di risultato sempre dietro commissione altrui, L’artigiano invece può esplicare la propria attività ed organizzare sia per eseguire contratti di opera sia per produrre per il mercato, non rientrando in questo caso nella disposizione del Citato articolo 2222 cod. civ.. Pertanto, l’elemento organizzativo, può assumersi come criterio ausiliario di individuazione e, quindi, di differenziazione nella ricerca delle figure tipiche dei rapporti di lavoro. L’assunto è più evidente se si considerino in particolare le varie possibilità di concorso di più attività nello stesso soggetto. L’artigiano è spesso anche piccolo commerciante o coltivatore diretto, poiché la esigenza vitale di raggiungere un quantum sufficiente di reddito gli imponelo esercizio, promiscuo e coevo di differenti professioni.
Necessità della differenziazione dl Imprese coesercitate
Ai fini dell’imponibile, della competenza assicurativa ecc. si pone allora il problema della individuazione dell’attività tipica esercitata, attività cui le altre si affiancano come ausiliarie. Sono quindi sorti dci criteri di discriminazione, per prima elaborati nella prassi e poi assunti dal legislatore, allo scopo di discernere l’attività principale. Se ciò non fosse stato, si sarebbe giunti all’assurdo delle duplicazioni soprattutto assicurative, con l’inconveniente della pluricontribuzione passiva dello stesso soggetto. Il criterio differenziale più seguito è quello della prevalenza, in virtù della quale si stabilisce quale tra più attività coesercitate assorbe maggiore energia lavorativa e importa maggiore reddito in una valutazione tendenzialmente obiettiva. Ed - a ben guardare -- è semplice notare che ¡n fondo la prevalenza di una attività è data dalla particolare struttura organizzativa dell’impresa, sembrando illogico che ad es. in una azienda tipicamente artigianale vi possa essere prevalenza di attività commerciale che invece si pone come attività ausiliaria rispetto all’altra. La distinzione concettuale delle varie attività professionali, prima di scarsa importanza s’è gradualmente imposta a causa del moltiplicarsi di provvidenze legislative settoriali, intese a favorire discriminatamente or questa or quella categoria di lavoratori in un coacervo asistematico di disposizioni. In particolare, nel campo previdenziale, l’estensione dell’assicurazione obbligatoria ai piccoli imprenditori ha generato un movimento di ricerca e di individuazione di soggetti assistibili, non alieno da difficoltà, che non permette di tracciare precise zone di confine tra le varie attività molto spesso concorrenti nel medesimo soggetto. L’artigiano moderno, abbandonando per gradi gli schemi precapitalistici. opera con una struttura aziendale interdipendente all’industria, sicché la sua identificazione importa L’ossequio di criteri di natura tecnica onde accertare anche la carenza dei requisiti dei piccolo industriale. L’artigiano tradizionale, dovendo restringere la sua produzione per la ridotta domanda di alcuni beni causata dalla conquista dei mercato da parte dell’industria, esercita altresì attività commerciali ed agricole: donde la necessità dell’indagine per determinare la prevalenza tra le varie attività.
Claudio Furcolo